Legnetto

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Legnetto

Dolce sarebbe trovarmi

A casa mia,
Nella mia stanzetta rosa
A buttarmi via,
Come una cosa.

E per un po’

Dimenticarmi
Di me e del mondo;
Abbandonarmi
Almeno per qualche secondo.

– Sofia Misrachi, 27/16

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Siringa

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Siringa

Non ti volevo
Mi sei entrato sottopelle
Ora mi odio per questo
E ti amo per lo stesso motivo.

Quel che so è che
Più
Non riesco a fare a meno di te,

Fatalità.

– Sofia Misrachi, 12/16

TEL AVIV – Israele

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Aereo – h 16.22 – Sorvolando il Negev
Da quassù, le colline paiono piccoli cumuli di sabbia edificati dall’uomo e appoggiati temporaneamente lì, sul piatto terreno, e non ci pensi che è proprio Terra Gea, quella vecchia megera rugosa, screziata e scrostata com’è, ad aver eruttato tutte quelle curve e quelle punte.

Aereoporto – h 17.00
Un’afa calda mi spinge in avanti. Fuori dall’aeroporto una schiera di palme, ritte e composte ma con la chioma scapigliata, come ex-soldatini in congedo, ci fanno da guida fino al centro città.

Tel Aviv – h 18.00
Mi guardo attorno. Occhi scuri e aguzzi, visi abbronzati, barbe incolte.
Sembra che le ore del giorno litighino tra loro per prendere il posto: alla mia sinistra, l’ultimo sole si congeda e si lascia scivolare oltre l’orizzonte; alla mia destra, la notte copre i tetti; sopra di me, la prima stella buca il cielo ancora bianco. Se avessi una vista d’acquila, non mi stupirei di vedere all’orizzonte, già vestita e pronta per uscire, l’alba dell’indomani.

Centro città – h 20.15
Giacché il piano terra non è adito all’abitazione, tutti i palazzi della città sono circondati da porticati tanto bassi che un tedesco ci batterebbe la testa facilmente. Ci sono tanti gatti neri ad attraversare la strada che un superstizioso non metterebbe l’alluce fuori di casa.
Essendo shabbat, la città è tappata in un insolito silenzio, un vago senso di vuoto.

Porto – h 20.39
Mi appoggio alla ringhiera a guardare il mare. Il legno è molle, bagnato e stressato dalla salsedine. Il rumore delle onde echeggia nel casto silenzio dello shabbat. Mi arriva un forte odore di griglia e di fritto: mi ricordo ora che non mangio da 13 ore.

PINETA

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OGIGIA

Un morbido tappeto di aghi secchi e terra, dipinto dai chicchi lillà della lavanda, si sbriciola tra le mie dita dei piedi come crosta di pane.
L’odore pungente del pelo d’asino e del muschio invade le narici del cuore e mi àncora all’eterna memoria di una natura interiore.
Mi arrampico sui rami per rubare i fichi e le carrube, con una mezzaluna felice sul viso e noncurante del cipresso che mi fissa con disappunto dalla sua veneranda altezza.
Tra i pini marittimi stride il grido di guerra delle cicale, ritmico concerto di maracas e sonagli, e ai loro piedi ruzzolano pigne e leprotti selvatici.
Nemmeno gli ulivi mancano all’appello: i loro tronchi nodosi si sporgono tra le pale dei cactus e l’àloe vera. Dalle crepe della loro corteccia colano perle di resina, e fra le radici inciampano pietre spaccate dal sole, cozzando con un rumore di bottiglia. Le lisce venature del tronco, fiamme di un fuoco più grande, danzano in cerchi concentrici come curve di donne burrose.
Ansimante e voglioso, il sole fruga fra le pieghe del mio corpo, e durante l’amplesso brucia la mia pelle come lo schiaffo di un amante sulla natica.
Il mare panciuto, multiforme, mi richiama con le mille punte acute delle sue onde, stelle convesse scolpite dal punteruolo del vento. Onde che si incrociano in piccoli rombi a mo’ di rete da pesca, e alzano il becco simili a rondinini pigolanti in un nido blu cobalto.

Nuda pioggia

nuda pioggia 2Piove, guarda.
La fredda pioggia mi sorprende nuda, e nuda mi concedo a lei, venuta forse per confortarmi, e le porgo i seni scoperti, che lei fa intumidire mentre lambisce il mio collo e le spalle e il corpo tutto. Come la carezza di una mano… della tua mano.
Riaffiora ostinato il ricordo della tua mano sul mio corpo, ricordo recente delle tue lunghe bianche magre dita che tamburellano sulla mia pelle umida, e scivolano sulle mie curve e stringono le mie cosce con urgenza e voluttà. I graffi sulla schiena che non facevano male, come queste gocce che ora cadono sul mio corpo inerme, inerme come allora, e approfittano della mia nudità per esplorarmi, come allora facevano le tue mani.
E se una goccia più audace delle altre mi tocca le labbra e ruba un mio bacio, vuol forse imitare la tua bocca, commemorare i tuoi baci famelici tracciando l’impronta del sorriso che ho tanto ardentemente desiderato.
Ma ecco scaccio, scaccio via l’orribile immagine del tuo sorriso: freddo, ora gelido, ghiacciato dalla lunga notte, privato del roseo calore e consunto dalla terra in cui giace per sempre.
Con fatica, uccido la passione cruenta che mi tratteneva legata a te, prigioniera del tuo cuore, schiava del tuo sguardo e serva devota della tua voce. E ci riesco.
Ci riesco.
Ci riesco,
ci riesco…
Ci
riuscirò

?

* foto di Carla Van de Puttelaar

Disordinata incoerente lunatica

Se trovassi qualcuno
qualcuno che voglia avventurarsi
con me
nel pericolo di essere felici
felici insieme
senza obblighi
senza odiarsi
senza incagliarsi tra gli eventi
qualcuno che si permetta di correre
che sappia dire
e a cui potrei dire all’infinito
anche ad occhi chiusi
anche senza sapere,
senza chiedere.
Qualcuno che mi sappia guardare
negli occhi
con quella complicità di chi sa
come sei
e non ci tiene a cambiarti perché
in fondo
anche se sei disordinata
incoerente
lunatica
ti adora così
e il resto non è più importante.
Dicevo: se lo trovassi
gli prenderei la mano
ogni giorno
per imparare a memoria le linee
di quella mano
che tenendola stretta potrei
davvero
non avere paura
di essere felice.

Volare? Cadere.

Anche solo osservare
Lì, nei tuoi occhi
È fare l’amore con te;
Respirare i tuoi pensieri
Di aria fresca di montagna
È lo stesso gesto di imparare
Com’è fatto il tuo corpo d’attore.

Chissà quale bizzarro equilibrio
Può essere nato dal caos!
Incerto, traballante
Graziosa circense su fune
Che vorrebbe distrarsi e inciampare
Volare? Cadere. Sulla comoda rete
Che forse l’aspetta e la salva
(O forse spezzerà la caviglia
Sottile
Dell’equilibrio bizzarro.)

Come una trave poggiata
Sulla cruna d’un ago:
In equilibrio!
Oh volasse un passero
O appassisse un giglio
Basterebbe una penna, un petalo cadente
Per sbilanciare la trave
Rompere l’equilibrio
E poi…

Bacio

image“Bacio, la parola è dolce, la vostra bocca non osa, cosa sarà quando si tradurrà in cosa?”
Nel primo istante, fra incantesimi recitati a fior di labbra, ci sorprende il tepore, un tremito scivola sui fianchi e il cuore bussa nel petto sussurrando: «magia!». Complici, anche gli occhi guardandosi si baciano fra loro. Poi, buio. Si sciolgono i pensieri, tutto diventa percezione, un palpito, carezze invisibili avvolte dal profumo di un corpo, le labbra umide si aprono formando una piccola vocale silenziosa, le lingue si cercano, lente, impetuose, gustano il sapore del fuoco in una danza sensuale, cariche di passioni e di intime fantasie. Le mani, con delicato vigore, esplorano le curve e le forme, si arrampicano sulla schiena e si aggrappano alle spalle; le dita camminano in punta di polpastrelli lungo il collo, accarezzano il mento, arruffano i capelli. Flussi di desiderio liquido, de-si-de-rio, misteri passano di bocca in bocca, lampi, onde d’oceano, labbra. Lentamente si allontanano, labbra, ansimanti si salutano. Il volto ricerca un’espressione posata, ma il respiro affannato lo tradisce, le emozioni gli restano impigliate alle sopracciglia, nelle pupille resta l’eco di un fuoco d’artificio, l’ultimo guizzo di una candela, l’odore della stoppa bruciata e della cera sciolta ancora calda. Le anime, cambiate da un incontro ardente, ritornano fra gli uomini che non si voltano e vanno zitte con il loro segreto: forse, chissà, s’incontreranno ancora.

 

*omaggio a Rostrand, Cyrano de Bergerac

*omaggio a Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro

*la statua è “il Bacio” di Rodin